Quando si parla di IT technology i temi ricorrenti degli ultimi 12 mesi sono la digitalizzaizone dell'Italia, la banda larga e la  digitalizzazione della Pubblica Amministrazione.

Tutte belle proposte e lodevoli iniziative, ma da addetto ai lavori del mondo ICT, mi sento di osservare come questi signori, politici e eminenti tuttologhi,  stiano più parlando di meccanizzazione della PA che di digitalizzazione;  un po’ come se dopo la sostituzione della penna con la macchina da scrivere negli uffici pubblici,  ora fosse il momento di sostituire la macchina da scrivere, la fotocopiatrice e il fax con il computer e Internet. Se non si cambiano i processi della PA e non si introduce intelligenza nei programmi che elaborano i dati, non si può parlare di digitalizzazione ma di semplice sostituzione di un media vecchio e antiquato con uno più veloce  e moderno.

L’Italia non ha bisogno di meccanizzarsi nuovamente facendo acquistare computer volgarmente detto  “ferro”  e connessioni dati, ha bisogno di introdurre intelligenza nei portali della PA, di snellire e semplificare questi portali integrando e correlando le  decine e decine di basi dati che ogni amministrazione pubblica si è creata in autonomia in questi anni. Il cittadino deve avere una identità digitale e con quella parlare con tutte le entità dello Stato che devono essere in grado di riconoscerlo. Per fare questo oltre che di grandi investimenti e di change significativi nel modo di lavorare delle PA c’è anche bisogno anche di tutelare l’identità digitale del cittadino; questo è un concetto che oggi il nostro diritto non considera minimamente e quello che viene definito normalmente furto di identità non è conosciuto al nostro diritto.

Non credo di sbagliarmi quindi quando con amici e colleghi mi permetto di osservare che la digitalizzazione dell’Italia non si fa in 5 anni, ma soprattutto non si fa semplicemente facendo un nuovo portale o portando l’adsl anche in montagna.